Scoperta dei codici capitolari

(1713)

Ma non per questo scoratosi il Maffei, né posta giù la speranza di pur discoprire i vagheggiati volumi, si pose attorno al canonico Carinelli, su cui più di tutti gli altri contava, conoscendolo ben giusto estimatore di quello che con tanta foga veniva cercando. Il pressarlo, il tormentarlo direi quasi di incitamenti, fu sì gagliardo, che il dotto e buon vecchio (era in sugli ottant'anni) cominciò a rovistare ogni angolo del Canonicato, a frugare diligentemente in ogni più secreto ripostiglio; alla perfine la sorte gli arrise di ritrovare il sospirato tesoro. Udii raccontare (scrive il Cav. Ipp. Pindemonte nell'elogio al M. Scipione Maffei) che lo stesso canonico Carinelli se ne addiede il primo, e mandò di presente ad avvisarne il Maffei;·e che questi fuor di sé per la gioia, s’alzò, uscì di casa, e in vesta da camera, berretta e pantofole, alla Capitolare, trapassando non piccola parte della Città, si condusse.

In una lettera al suo illustre amico e maestro l’abate cassinese don Benedetto Bacchini (che non ha data, ma dee essere scritta intorno al declino del 1713), porgeva il Maffei stesso notizia della avventurosa discoperta. E nella Prefazione al Cassiodoro così di nuovo il Maffei dava al pubblico più minuto ragguaglio della scoperta

da: Giuliari G.B. Carlo, La capitolare Biblioteca di Verona, Verona 1993, p. 26


Malgrado che in città tutti condividessero l'opinione, tramandata anche dai nostri vecchi, che di quell'antichissima biblioteca non rimanesse nulla di nulla, tuttavia mi recai nel chiostro della chiesa cattedrale, al fine di visitare il luogo nel quale un tempo si trovava, e per vedere se non vi fossero almeno i vecchi scaffali. Mentre invano cercavo dappertutto, fui informato da parecchie persone pratiche che niente risultava dell'ubicazione della biblioteca, e che degli scaffali non era stato visto o sentito niente, né in quel tempo né a memoria dei vecchi.

Non perciò desistetti ancora dal proposito; poiché infatti pensavo che la biblioteca sussisteva non solamente all’età di Guarino (che da essa aveva tratto alla luce i Sermoni di san Zeno), e di s. Ambrogio Camaldolese (che nel1’Hodoeporico la definisce celeberrima e che in essa ammirò libri di mirabile antichità), ma che di essa all’età di Panvinio “c'erano ancora tracce cospicue”, e anche all’età di s. Carlo (che Paolo Manuzio in lettera di dedica loda per aver restaurato il testo di s. Cipriano, dopo aver fatto venire da Verona un codice di insigne vetustà), mi sembrava incredibile che non se ne fosse salvata qualche reliquia.

Per la qual cosa, poiché fra i canonici più ragguardevoli, per conoscenza della storia locale e per amore dell'antichità, emergeva Carlo Carinelli, recatomi da lui, su cui ricadeva allora la responsabilità de1l'archivio, lo pregai insistentemente che frugasse in tutti gli armadi, nelle casse, nelle scansie, e guardasse se mai si rinvenisse qualche reliquia di quei codici; per me, gli dicevo, avrebbe avuto valore perfino la loro polvere.

Prima di tutto quest'uomo, spinto sia della sua stessa indole di erudito, sia dal singolare affetto che egli, per sua gentilezza d’animo, nutrì sempre nei miei confronti, si accinse a questa esplorazione, e dopo pochi giorni lo vidi arrivate lieto in viso: sperava, disse, che si sarebbe potuto scoprire qualcosa in un nascondiglio, che desiderava fosse esplorato da entrambi. Subito mi affrettai verso le case dei canonici, e lo seguii in una stanza semibuia, in cui mi mostrò un armadio assai alto, zeppo di atti cancellereschi, sopra la cui cimasa spuntavano alla vista certe vecchie carte e copertine lignee di libri, gettate là sopra come rifiuti.

Fatta subito venire una scala, e appoggiatala, salgo, insofferente di indugi; e mi accorgo che la sommità dell’armadio non era chiusa con delle tavole, ma scoperta e cava, in maniera tale che veniva ivi a formarsi una specie di ampia cassa.

Dopo aver gettato da parte un mucchio di quisquilie e di rottami, vedo che tutta la cavità è piena di codici, stupefatti, credo, per l'inconsueta luce del giorno che non avevano visto da un immemorabile spazio di tempo. E che codici, Dio immortale! Il primo che afferrai, e che tirai fuori senza far caso alla nera polvere secolare di cui era coperto, splendeva per la capitale romana, vergata per di più con magnificenza e regolarità. Il secondo presentava quella scrittura svelta, che tutti gli eruditi chiamano, e così la pensano fino al giorno d'oggi, ora gotica, ora sassonica, ora longobarda e talvolta ancora francogallica (il nuovo nome è stato escogitato dal p. Mabillon, una vera autorità): ma che io mostrerò essere schiettamente romana con argomenti irrefrenabili; e avrò buon gioco,

Vado avanti; e non venivano fuori se non codici in lettere maiuscole, o, se pure in altra forma, in una scrittura che risultava millenaria. Me ne viene in mente uno, che coloro i quali ritengono che l’età di un codice sia dichiarata immediatamente dal tipo di scrittura, respingerebbero subito ad un periodo meno antico: e invece lo scrisse Teodoro [errore di lettura per Ursicino], lettore della Chiesa Veronese, sotto il consolato del vir clarissimus Agapeto, cioè nell’anno di Cristo 517. Perdevo quasi il senno e i sensi per lo stupore, e mi sembrava di sognare stando sveglio, dal momento che sapevo che uno o due codici di quell'antichità bastano talora a dar fama e lustro a biblioteche reali. Il canonico Carinelli ordinò che tutti i codici, estratti finalmente da quella tomba fossero collocati e disposti in modo tale da consentirmi di studiarli; anzi, dopo qualche tempo, avendogli manifestato quel che meditavo intorno a quei codici, e sembrando a lui che si facesse l'interesse del Capitolo e si salvaguardasse nella maniera migliore la dignità della Chiesa Veronese, datone avviso a coloro ai quali allora la cosa poteva competere, mi affidò alcuni di questi manoscritti redivivi affinché li potessi studiare a mio talento, concedendo che fossero trasportati a casa mia.